LE ASSAGGIATRICI (DI HITLER)

“Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. (…) Quasi che ogni gesto di sopravvivenza esponesse al rischio della fine: vivere era pericoloso; il mondo intero, un agguato.”

Che cosa si è disposti a fare, pur di sopravvivere? Questa è una domanda che ci poniamo tutti e Rosa Sauer lo sapeva bene cosa doveva fare: mangiare, mangiare il cibo del Führer, mangiarlo 3 volte al giorno e sperare che non fosse avvelenato. Ogni pasto era preparato con cura dallo chef di Hitler, un pasto prelibato, succulento, come pochi potevano essere in un paese che moriva di fame. Ogni pasto era vita. Ogni pasto era morte. “Una morte in sordina, fuori scena. Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi.”Rosa Sauer è fuggita da Berlino, e nel 43’ ha la sfortuna di capitare nel paesino di Gross-Partsch poco lontano dal quartier generale di Hitler. Viene scelta insieme ad altre 10 donne per diventare una delle assaggiatrici del Führer. “ Nella caserma di Krausendorf rischiavamo di morire ogni giorno – ma non più di chiunque sia vivo. Su questo aveva ragione mia madre, pensavo mentre il radicchio mi croccava fra i denti. (…)

Il libro di Rosella Postorino è tratto da una storia vera, quella di Margot Wölk, una ragazza tedesca costretta a diventare, insieme ad altre 14 donne, una delle assaggiatrici del Führer.  Ogni giorno mangiavano il cibo di Hitler sperando di non morire, si, perché Hitler aveva questa ossessione, insieme a tante altre, di essere avvelenato dai suoi nemici. E così obbligava delle giovani donne tedesche ad assaggiare colazione, pranzo e cena prima di lui e poi le lasciava aspettare un’ora prima di consumare i suoi pasti. Un’ora tra lacrime, disperazione e paura per la propria vita che sarebbe potuta finire tra atroci dolori.

Quel cibo che ci nutre e ci dà vita diventa uno strumento di tortura, un incubo. Il corpo delle assaggiatrici diventa il luogo della narrazione, dalla bocca allo stomaco, dallo stomaco al loro sfintere. Tutto passa da loro, dentro di loro, donne affamate, spaventate, succubi dei deliri di un uomo senza più ragione, donne privilegiate ma schiacciate dalla colpa.

“My mother used to say that when you eat you fight with death. (…) As if almost every gesture of survival was exposing to the risk of the end: life was dangerous; the whole world, an ambush. ”

What would you do, in order to survive? This is a question that we all ask and Rosa Sauer knew very well what to do: eat, eat the food of the fuhrer, eat it 3 times a day and hope that it was not poisoned. Each meal was carefully prepared by the chef of Hitler, a delicious, succulent meal, as few could be in a country that was dying of hunger. Every meal was life. Every meal was dead. “A muted death, off-stage. A death like mice, not like heroes. Women do not die like heroes.

Rosa Sauer escaped from Berlin, and in the 43 ‘she has the misfortune to happen in the village of Gross-Partsch not far from Hitler’s headquarters. She is chosen together with 9 other women to become one of the Fuhrer’s tasters. “In the Krausendorf barracks we risked dying every day – but no more than anyone else alive. My mother was right about this, I thought as the radicchio crunched between my teeth. (…)

Rosella Postorino’s book is based on a true story, the one of Margot Wölk, a German girl forced to become, along with 15 other women, one of the Fuhrer’s tasters. Every day they ate Hitler’s food, hoping not to die, yes, because Hitler had this obsession, along with so many others, to be poisoned by his enemies. And so he obliged young German women to taste breakfast, lunch and dinner before him and then let them wait an hour before eating his meals.

That food that nourishes and gives us life becomes an instrument of torture, a nightmare. The body of the tasters becomes the place of the narration, from the mouth to the stomach, from the stomach to their sphincter. Everything passes through them, inside them, hungry, frightened women, victims of the delusions of a man without reason, privileged women but crushed by guilt.

 

 

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ALICE IS HERE

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When a child is born a lot of people are born with it: a mom, a dad, two grandfathers, two grandmothers and so on. A baby gives birth to new roles, so that families become larger.

Alice was born on October 17th 2007. Alice died on October 17th 2007. Actually, my granddaughter is not dead, now she is 9 years old and me being an aunt stops that day, I don’t see my niece since then. Why? Because there are nodes that do not untie, because, it’s funny, but there is nothing that puts in jeopardy relationships like family. On October 17th 2007 an aunt was born and that would be me. The problem is that while Alice was growing, sticking her teeth, saying the first words, crawling, walking … I was not there. I was not there when she learned to ride a bike, I was not there when she was waiting her turn on the swing and cried for not selling it to the child in the queue, I was not there when she blew out the candles of a new year or when snorting or beating the feet.Alice is now 9 years old, she goes to school, learns new things, goes to the movies, eats ice cream, peels one knee, runs, does all those things that we do imagine for a child of her age.Alice is now 9 years old and she has a father I never knew, I often wonder what they do together, what they say sitting at the table or in bed, what’s her fairy tale good night. What my brother invents to make her smile or to comfort her when she is sad.

Photography has become the perfect tool to represent the lack, the pain and the hope, not so much that I can build a relationship with a person who does not know of my existence, but that she, Alice, will one day understand the reasons of events tumultuous as separations and seek answers, to question truths that have become absolute.These photographs are an attempt to build up an imaginary and imaginative portrait of a relationship, they feature my imagination that takes off and tells a memory that is not there.

Quando nasce un bambino con lui nascono un mucchio di persone: una mamma, un papà, due nonni, due nonne e così a salire nell’albero genealogico. Un neonato mette al mondo nuovi ruoli, è così che le famiglie diventano grandi.

Alice è nata il 17 ottobre 2007. Alice è morta il 17 ottobre 2007. No, mia nipote non è morta, oggi ha 9 anni e io sono una zia ferma a quel giorno, non vedo mia nipote da allora. Perché? Perché ci sono nodi che non si sciolgono, perché è buffo ma non c’è nulla che metta in repentaglio i rapporti d’amore come la famiglia. Il 17 ottobre 2007 è nata una zia, che sarei io. Il problema è che mentre Alice cresceva, le spuntavano i dentini, diceva le prime parole, gattonava, camminava… io non c’ero. Non c’ero quando ha imparato ad andare in bici, non c’ero quando aspettava il suo turno sull’altalena e piangeva per non cederla al bambino in coda, non c’ero quando soffiava sulle candeline di un nuovo anno né quando sbuffava battendo i piedi. Alice oggi ha 9 anni, va a scuola, impara cose nuove, va al cinema, mangia un gelato, si sbuccia un ginocchio, corre, fa tutte quelle cose che ci si immagina faccia una bambina della sua età. Alice oggi ha 9 anni e due nonni che non ha mai conosciuto, due nonni con vite uniche e comuni, strane e belle e turbolente, fatte di racconti che una bambina vorrebbe sentire un po’ per capire come crescere, un po’ per capire che tipo di persona diventare. Alice oggi ha 9 anni e un padre che non ho mai conosciuto, mi chiedo molto spesso che cosa facciano insieme, che cosa si dicano dietro a tavola o a letto, come favola della buona notte. Cosa si inventi, mio fratello, per farla sorridere o per rincuorarla quando è triste.

La fotografia è diventata lo strumento perfetto per rappresentare la mancanza, il dolore e la speranza, non tanto che io possa costruire un rapporto con una persona che non sa della mia esistenza, ma che lei, Alice, possa un giorno comprendere le ragioni di avvenimenti tumultuosi come le separazioni e cercare risposte, mettere in dubbio verità che sono diventate assolute.Queste fotografie sono un tentativo di costruire un ritratto immaginario e immaginifico di un rapporto, sono la mia immaginazione che prende il largo e racconta un ricordo che non c’è.